Intercultura

Attraverso “il giovedì alla madda” l’Associazione Randi ha costruito un luogo interculturale capace di promuovere iniziative culturali e di di sensibilizzazione e di creare un  osservatorio permanente sul fenomeno dell’immigrazione (soprattutto femminile).

La realtà migratoria di Livorno, all’inizio degli anni 90 era caratterizzata dalla presenza di poche donne, giunte  per lavoro di colf (oltre il 50%), soprattutto dalle Filippine, o come profughe (soprattutto Somalia); alcune lavoravano nei locali e nei bar vicino al porto.

Caratteristica, ancora, era la loro scarsa visibilità (lavoravano perlopiù con orario h24 nelle case o di notte,), e la scarsa  consapevolezza del fenomeno a livello istituzionale. Questo portava, come conseguenza, ad una quasi totale assenza di interventi a favore di questa fascia di popolazione che si trovava così in una situazione in cui la possibilità di  integrarsi nella società diventava molto difficile.
Per tutte queste ragioni le donne si trovavano a vivere una situazione di maggiore emarginazione di quella che vivevano gli uomini; ignorate nei programmi d’intervento messi in atto in seguito alle prime leggi sull’immigrazione (legge 943 e successivamente legge 39/90 o legge ‘Martelli’), non erano stati previsti per loro né corsi di formazione, né luoghi e momenti di aggregazione.

Per questo motivo, le operatrici della Randi hanno cercato fin dall’inizio di coinvolgere sia immigrate che italiane, in un’esperienza soprattutto al femminile, dove la spontaneità delle donne facesse nascere alleanze e sviluppasse creatività mettendo in moto esperienze e competenze condivise.

In questi anni di lavoro abbiamo assistito a livello cittadino ad un cambiamento nella migrazione femminile, le cui tappe più significative sono state:

– l’arrivo sempre più importante alla fine degli anni ’90 di donne dall’America Latina, soprattutto dal Perù e dall’ Ecuador, venute in Italia per lavorare nel settore del lavoro di cura.

– il passaggio da una permanenza temporanea e provvisoria, legata soprattutto ad un obiettivo economico a breve termine, ad una permanenza di lunga durata e a volte definitiva, con un cambiamento nella modalità di relazione sia con il Paese ospitante che con quello di origine: la nascita di relazioni affettive non previste, la  creazione di nuovi nuclei familiari, la nascita di bambini o i numerosi ricongiungimenti familiari con l’arrivo dei coniugi o dei figli inizialmente lasciati a casa, hanno portato ad uno spostamento degli investimenti economici, affettivi e lavorativi verso una direzione diversa da quella del progetto iniziale: tutto questo, spesso, anche senza una volontà esplicita della donna immigrata, che si trova ad essere non più “di passaggio”, ma in una situazione  molto più definitiva e stabile come presenza in Italia.

– l’arrivo, dopo la guerra nei Balcani, di donne provenienti da Albania, Macedonia, Serbia, Bosnia, dapprima in numero limitato ma poi sempre più consistente: molti uomini immigrati da questi Paesi, come risultato di un percorso migratorio positivo, riescono a costituire/ricostituire interi nuclei familiari facendo venire in Italia le loro donne. Stesso fenomeno si è verificato poi anche nei confronti delle donne provenienti dal Nord Africa.

-l’arrivo, dopo la caduta del muro di Berlino, di un numero sempre più consistente di donne, molte non più giovani e a volte anche anziane, dall’ex URSS, per i cosiddetti lavori di cura che si sono diffusi così tanto da far sì che in Italia si coniasse il nuovo termine di “badante”

– l?ingresso nell’U.E. di nuovi Paesi (Polonia, Romania, Bulgaria,) che ha permesso un accesso facilitato in  Italia e, per molti, la possibilità di un futuro migliore.

In questo processo complesso e articolato,le donne  sono state investite comunque sempre di alte aspettative e responsabilità (sia nel Paese di approdo come in quello di origine) assumendosi loro stesse in prima persona il compito di sostenere e, spesso, di mantenere la famiglia, a volte come unica fonte di reddito per tutto il nucleo familiare.,

Solitudine, difficoltà di adattamento, ansia da prestazione, carico di responsabilità sono stati e sono tutti “fattori di rischio” per l’insorgenza di disagi psichici e situazioni di debolezza emotiva e affettiva.

Frequente è anche il caso di donne, i cui uomini sono stati prima di loro protagonisti di un percorso migratorio di successo, che si trovano spesso in condizioni di forte isolamento sociale  e linguistico e con una inevitabile dipendenza dai mariti; questi, se da una parte possono svolgere un ruolo molto protettivo e di supporto, dall’altra non facilitano l’inserimento sociale e l’autonomia delle loro donne.

Tenuto conto di tutti questi fattori e di questa realtà complessa e in continua mutazione, l’Associazione ha cercato di essere nel corso di questi anni un valido punto di riferimento per le donne straniere che abitano nel territorio livornese, modulandosi il più possibile alle esigenze e ai bisogni che via via emergevano.

Grazie alle relazioni di supporto e di. amicizia che si vengono a creare, l’associazione si pone come obiettivi:

–         la promozione di un reale percorso d’ integrazione sociale e culturale, favorendo la socializzazione, creando momenti di dialogo in uno spazio protetto.

–        Il miglioramento della conoscenza della lingua italiana parlata

–        La conoscenza degli strumenti idonei per muoversi nel contesto cittadino e gestire più serenamente le necessità personali, familiari e sociali.

–        L’ampliamento e il rafforzamento della rete dei rapporti tra donne immigrate, indipendentemente dalla loro provenienza, e autoctone: questo diventa motivo di solidarietà e, spesso, di complicità tale da essere risorsa insostituibile nell’affrontare le difficoltà quotidiane.

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